L’occulto in mostra a Milano. Un bel palazzo settecentesco in via Sant’Andrea 6, a pochi passi dalla modaiola via Montenapoleone, ospita la mostra “Fata Morgana: memorie dall’invisibile”. La splendida location è Palazzo Morando, la cui vocazione è costume, moda, immagine. A ideare e produrre l’evento è la Fondazione Nicola Trussardi. Si tratta di un’istituzione no-profit, nata nell’ormai lontano 1996. Il suo scopo è quello di diffondere, gratuitamente, a ogni strato sociale, la cultura contemporanea oltre che la storia dell’arte. Sua presidente è Beatrice Trussardi.
Il titolo “Fata Morgana” è mutuato dal poema composto nel 1940 da André Robert Breton, poeta e psichiatra, saggista e critico d’arte, in fuga dall’avanzata nazista. Nelle sue frasi comunica il messaggio. L’artista è colui che, servendosi del simbolismo alchemico e della scrittura automatica, incanala la conoscenza cosmica, un altrove dove visibile e invisibile si confondono fino a cancellare ogni confine. I tre curatori sono Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini, autori anche del catalogo bilingue, italiano-inglese, edito da Electa.

In mostra a Milano tempi oscuri dell’occulto
La luce, che in altri importanti eventi organizzati all’interno dello storico palazzo, entrava attraverso le ampie finestre e illuminava il bianco delle pareti, rendendolo quasi accecante, è ora completamente oscurata. L’oscurità sostituisce volutamente il candore dei locali, invadendone gli spazi. Il nero pervade le sale, quasi la morte divenisse la protagonista, sconfiggendo la luminosità della vita. Una suggestione, perfettamente riuscita, che disorienta. Non è un caso, infatti, che la mitica figura della FATA MORGANA, evocata nel titolo della mostra, sia dotata del potere di connettere il mondo dei vivi con il mondo dei morti.
Una nobildonna appassionata di occultismo, morta 80 anni fa, è una figura di spicco tra ‘800 e ‘900. Si tratta della Contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini, nata ad Alessandria d’Egitto, da una ricchissima famiglia di banchieri di origine veneziana. Nel suo Palazzo Morando accumula volumi su volumi, che trattano di occultismo, di esoterismo, di spiritismo e, fin anche d’alchimia. Tale preziosa fonte d’informazioni, ora disponibile alla consultazione, è conservata nell’Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana. La passione per l’occulto, nei suoi vari aspetti, è di gran moda nella seconda metà dell’’800 e si protrae fino ai primi decenni del ‘900.
L’occulto nell’arte si radica anche in America
Si radica, non solo in Europa, ma anche in America, a seguito del clima d’incertezza generato da stravolgimenti sociali, da sconvolgenti scoperte scientifiche, dallo scetticismo religioso che sembra invadere gli animi. Così è che la passione per l’occulto si diffonde anche tra personaggi e artisti insospettabili. Ne sono preda i coniugi Curie, Victor Hugo, Cesare Lombroso, Helena Blavatsky. Perfino, le due figure di Arthur Conan Doyle e di Victorian Sardou, il famoso creatore di libretti d’opera, tra cui la Tosca di Giacomo Puccini.
Vari luoghi scelti, quasi portali verso altre dimensioni, si popolano di fantasmi, spiriti guida, ipnotizzatori, medium e improvvisati predicatori. Sembra che perfino Giulia Beccaria, figlia del celebre illuminista e madre di Alessandro Manzoni, nella sua famosa dimora in piazza Beccaria, a pochi passi da Palazzo Morando, abbia praticato sedute spiritiche cui partecipava il bel mondo meneghino. Fake news o realtà? Poco importa. La diceria testimonia come la moda dilagante del tempo non risparmiasse neanche la fama di una delle più integerrime e intoccabili dame dell’alta società.

Il rapporto tra arte e occulto in mostra a Milano
La retrospettiva a tema che indaga sul rapporto tra arte e occulto, racchiude ben 286 opere create da 78 artisti, alcuni noti al pubblico, altri o, meglio, altre, totalmente ignoti. Giusto per fare una panoramica, si può citare Giorgiana Houghton, con i suoi acquerelli realizzati con la mano guidata dagli spiriti. Al pari le sedici tele della svedese Hilma af Klimt, misconosciuta antesignana del linguaggio artistico astratto che avrebbe reso famosi Piet Mondrian o Wassily Kandinsky. Afferma di essere entrata in contatto con un gruppo di spiriti che le avrebbero commissionato una serie di dipinti per un tempio che mai fu costruito. Altrettanto curiose sono le immagini che rappresentano grandi diagrammi geometrici creati dalla guaritrice svizzera Emma Kunz. Queste immagini sono state usate per diagnosticare e curare le malattie dei suoi fedeli pazienti.
Surrealismo regno incontrastato dell’inconscio
La zona dedicata al Surrealismo si presenta come il regno incontrastato dell’inconscio, della trance e degli stati alterati. Vi s’incontrano le creazioni di Marcel Duchamp, Antonin Artaud, Lee Miller, Unica Zürn e Man Ray, con il suo Enigme d’Isidore Ducasse, il famoso pacco fatto con tela grezza e spago che occulta, a quanto pare, una banale macchina da cucire. In un passaggio del labirinto, perfettamente pianificato, quasi uno stretto “budello”, si fronteggiano immagini carnali e spiacevolmente dissacranti.
A un lato sono in mostra gli acquerelli, anni 40, con le immagini perturbanti della conosciuta, ormai storica, Carol Rama, quasi sfidata, al lato opposto, dall’astrazione femminista dell’artista di nuova generazione Judy Chicago che si esprime in chiave ginocentrica e carnale. Otto sono in realtà le sezioni in cui si snoda il viaggio, come in un fantastico atlante. Dagli “Spiriti guida” a “Medium e Mistiche”, da “Il messaggio automatico” a “I giardini cosmici”, da “I fiori di carne” a “Salvare il mondo”. “Corpi senz’organi” e “Simulacra” sono, invece ospitati al piano superiore, il piano nobile.

Il tempo necessario per decifrare il significato della mostra
Bianca Bosker, studiosa dell’attuale comportamento del visitatore medio in un museo, ha rilevato che il tempo dedicato a guardare l’opera d’arte risulta corrispondere a meno di un terzo del tempo richiesto a leggerne la spiegazione. Tale osservazione sulla tempistica del rapporto tra i capolavori d’arte e i fruitori, appare ancor più realistica quando il visitatore o la visitatrice, intimoriti o forse spaesati, nutrano forti dubbi sul significato di ciò che si trovano a decifrare.
Nei saloni di rappresentanza un altro mondo occulto
Salendo un maestoso scalone a due rampe in pietra, si raggiungono saloni di rappresentanza, alternati a stanze più intime, dove trovano posto specchiere dalle cornici intagliate, cineserie, caminetti, decorazioni a stucchi dorati, tipici delle dimore patrizie in stile rococò. L’atmosfera che vi regna appartiene a un altro mondo, lontano anni luce dagli ambienti oscurati al piano terreno. Il cortile porticato è attraversato al primo piano da un passaggio a veranda, una galleria aerea che ospita candidi busti. In vari ampi locali, grandi dipinti testimoniano la quotidianità della vita che si svolgeva nell’Ottocento, all’ombra del Duomo e lungo le numerose vie d’acqua che solcavano il suolo cittadino.
In una sala, appare una Sirena in ghisa, prototipo della milanesità. Si tratta di una delle quattro sculture, opera dell’architetto Francesco Tettamanti poste nel 1842 ad abbellire il ponte che permetteva l’attraversamento del Naviglio, in corrispondenza di via San Damiano. Edizione nostrana della Sirenetta danese, erano familiarmente chiamate “Le Sorelle Ghisini”, dal materiale che le compone e dà loro vita. Appellativo scherzoso che denota il carattere gioviale del popolino milanese dei tempi.
di Maria Luisa Bonivento Thurn

INFORMAZIONI
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